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da spazioIPSIA 49, marzo 2010

Un tentativo definitorio: l'altra economia tra mercato e società civile
(grazie ad Obi One, società cooperativo da consulenza - www.obi-one.eu)

La crisi che ancora stiamo vivendo ha costretto anche i più "persuasi" a porsi delle domande sulle teorie e le pratiche economiche su cui si basano le nostre società. Il dibattito in corso in Italia difficilmente riesce ad andare oltre l'idea di un'economia ufficiale, diffusa nel senso comune, che è quella che si insegna in gran parte delle università e che si fonda in buona sostanza sull'utilitarismo e la massimizzazione del profitto. L'economia che ha ispirato il modello che ci ha portato fino a questo punto. Non serve descriverlo se non per sottolinearne l'inadeguatezza rispetto ai tempi, e per farlo basta la logica, perché - in un epoca in cui sempre più tutto si intreccia e si mette in relazione - c'è una sola scienza che si considera egemone, separata dalla sociologia, dall'antropologia, dall'urbanistica, da tutto ciò che studia le relazioni tra le persone e tra queste e l'ambiente. Nei fatti l'ultimo secolo - quello in cui l'approccio meccanicistico è stato libera di svilupparsi in tutta la sua portata - ha portato con sé un aumento del benessere degli abitanti dei paesi più ricchi ed un devastante incremento delle diseguaglianze tra nord e sud del mondo, che ora - complice una crisi irreversibile dell'attuale modello di sviluppo - si va estendendo anche all'interno dei paesi più ricchi. E ha implicato la maggiore dissipazione di risorse naturali mai osservata.

Da qualche tempo però la necessità di mettere in crisi questo modello è uscita dalle ristrette discussioni di pochi intellettuali e ha provato ad entrare a differenti livelli nell'agenda dei governi, dei politici, dei cittadini coinvolti in prima persona da processi che sembravano infallibili. Lo ha fatto partendo dal basso di piccole ma solida pratiche, di reti prima che di capitali. L'altra economia è un settore di mercato in piena espansione, ma che fatica a trovare patrocini non abituali perché rimane in larga parte sconosciuta. Di cosa stiamo parlando? Ovviamente non basta definire l'oggetto di questo lavoro per negativo. Una definizione di altra economia va costruita a partire dalle specificità positive, originali, che caratterizzano le pratiche e i valori di partenza di agenti economici attivi nei campi più diversi. Cercando cioè di arrivare a sintesi delle tante correnti di pensiero che sono abituate a parlare di economia sociale, economia solidale, terzo settore.

All'interno di questi spazi si può identificare un'altra economia. Certamente dentro l'ambito di intervento del terzo settore, ma anche a cavallo tra economia sociale e solidale, senza dimenticare il ruolo cruciale di quella informale. Può essere utile immaginare quest'altra economia come una rete, o meglio un insieme di reti, di operatori economici (ma anche politici e culturali) il cui comportamento sia basato su principi originali di funzionamento, solidali, etici, che mettono al centro dell'azione il bene comune e collettivo. E, proprio concentrandosi sulle reti di economia solidale, Euclides Mance ha scritto: «la rivoluzione delle reti darà il via all'organizzazione di una società post-capitalista che non si confonde con nessun cooperativismo capitalista, né con qualche variante anarchica, né con il socialismo statale, ma assorbe elementi delle più diverse proposte emancipatrici elaborate nella storia degli oppressi e gran parte delle risorse tecnologiche sviluppate dall'attuale società capitalistica [?], superando così tutti questi modelli e ampliando le libertà pubbliche e private in maniera inedita per la storia dell'umanità».

Oggi sono già molte le pratiche che si ispirano a questa filosofia. Volendone tracciare un quadro generale e generalizzante si può partire dai valori di fondo che le accomunano:
1. assenza di scopo di lucro: le imprese dell'altra economia sono tendenzialmente nonprofit, poco importa se nella forma giuridica o nella prassi. Questo perché, pur garantendo capacità di creazione di nuovi posti di lavoro e qualità produttiva, sono consapevoli della necessità di limitare la distorsione dei comportamenti economici indotta dalla logica del profitto. Tutto il surplus creato viene perciò reinvestito all'interno dell'impresa, per migliorare il ciclo produttivo, le condizioni di lavoro, la qualità dei servizi, ridurre l'impatto ambientale;
2. efficienza: non si tratta di proporre un'economia più buona e di cadere così nella beneficenza. Bensì di costruire un'attività economicamente vitale che intende essere socialmente utile;
3. trasparenza: ogni operatore dell'altra economia conta di produrre valore sulla base della sua attività reale e non grazie all'occultamento di informazioni, dunque si assume anche l'onere di garantire una massima trasparenza e di adottare tutti gli strumenti utili per consentire ai terzi (consumatori, risparmiatori, fornitori, istituzioni pubbliche ecc.) una valutazione corretta dei beni e servizi offerti;
4. partecipazione: l'operatore dell'altra economia si sente parte di un sistema complesso a cui vuole apportare valore e di cui riconosce il valore. Per questo nella sua attività prevede il coinvolgimento e la partecipazione di tutti coloro che possono averne interesse: lavoratori, cittadini, finanziatori, pubblica amministrazione ecc.;
5. responsabilità sociale ed ambientale: in ogni ambito di attività si privilegia la promozione dello sviluppo umano, attraverso un'attenzione costante alla responsabilità sociale ed ambientale - che devono integrare quella economica, legale, produttiva - dell'impresa. Simmetricamente, si escludono per principio i rapporti di ogni tipo - economici, finanziari, produttivi - con quelle attività che ostacolano lo sviluppo umano e contribuiscono a violare i diritti fondamentali della persona, come la produzione e il commercio di armi, le produzioni gravemente lesive della salute e dell'ambiente, le attività che si fondano sullo sfruttamento dei minori o sulla repressione delle libertà civili;
6. un'adesione globale e coerente dell'attività: ciò significa applicare in ogni ambito di azione economica (interna ed esterna) questi principi, che quindi devono impattare anche sull'organizzazione interna, sulle gerarchie aziendali, sulla forbice dei redditi tra i lavoratori e i dirigenti, su tutti i rapporti che l'impresa costruisce nel tempo.

Dal punto di vista delle pratiche e delle sperimentazioni ormai consolidate, questi principi trovano riscontro in alcuni filoni di attività che si possono ormai identificare chiaramente. A partire dall'esperienza del movimento cooperativo e del mutualismo operaio degli inizi del Novecento, infatti, almeno parte dei principi proposti hanno trovato concretezza nelle esperienze di migliaia di imprese, cooperative, forme auto-organizzate di protezione sociale, consumo, risparmio. Nel corso dei decenni e in particolare negli ultimi 20-30 anni tali iniziative hanno subito profondi e radicali cambiamenti, tra cui forse il più rilevante è l'adozione di cause rappresentative di interessi esterni ai soggetti che le animano. E' scomparso cioè l'elemento mutualistico e corporativo (nel senso migliore del termine) e si sono introdotte nell'azione forme di advocacy e di tutela dei diritti di categorie deboli non in grado di far sentire la propria voce. Così, ad esempio, i consumatori occidentali si impegnano per i coltivatori del sud del mondo con le pratiche del commercio equo e solidale e gli ambientalisti - attraverso la tutela delle risorse naturali - per i diritti delle generazioni future.

Si tratta del commercio equo e solidale, della finanza etica, dell'agricoltura biologica, del turismo responsabile, del riuso e riciclo dei materiali, del software libero.

Questa economia potrebbe essere un buon punto di partenza per quando dovremo ricostruire quel che la vecchia economia ha dissipato, sia nella società che nell'ambiente e nella cultura.

Di questa economia parleremo nella rubrica che comincia con questo numero di spazioIPSIA.

Marco Gallicani
collaboratore di Altreconomia e presidente di Finansol.it

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