EDITORIALE SPAZIO IPSIA 49
Musi gialli
A. ha 25 anni. Nel suo paese non ha un lavoro, in compenso ha in tasca una laurea che qui gli serve poco. Quando cammina per le strade si sente osservato: il suo volto e i suoi stessi vestiti, prima del suo accento, dichiarano a tutti la sua diversità. Ma anche a casa propria non è più a suo agio: in occasione del suo ultimo rientro, pochi mesi fa, ha avuto la sensazione di non essere più al suo posto, quella quotidianità lo stremava. In tasca ha pochi soldi e molti sogni nel cuore. Tornare a casa ed essere visto come una persona che si è realizzata, fare un lavoro che lo appaghi, quello per cui ha studiato, sposarsi e avere una famiglia.
A. si chiama Antonio, ed è uno dei tanti servizi civili che fanno la propria esperienza all'estero con IPSIA. Lo è, o potrebbe esserlo. Segno di quell'Italia che emigra ancora, nel proprio territorio o all'estero. L'Italia dei migranti non è solo una storia passata.
Antonio ci aiuta a vedere anche le storie di chi giunge da noi come qualcosa che non esaurisce sul piano della disparità economica o della ricerca di lavoro. Tutte cose importanti, a cui però si aggiungono storie personali, rappresentazione sociali. Il migrare, in molte culture, è anche un rito di passaggio che accompagna il diventare uomini: una maturazione dell'individuo che ne sancisce l'inserimento nella società, accompagnata dal matrimonio. Vi è una progettualità su di sé che va oltre la sfera economica, e che restituisce prossimità ed umanità a queste persone.
Ma cosa accade quando a migrare sono le donne, come sempre più accade verso l'Italia? La questione di genere nelle migrazioni è una tematica che deve essere ancora indagata in maniera approfondita. Ma anche qui occorre uscire da un appiattimento del fenomeno sulle problematiche di welfare per dare a queste persone la dignità di uno spessore motivazionale a più dimensioni.
Questa analogia non ci fa dimenticare le disparità materiali che segnano le migrazioni. L'asimmetria di potere, lo sfruttamento, la discriminazione. Ma, come è stato ricordato da un partecipante al convegno organizzato da IPSIA il 27 febbraio a Milano, occorre lavorare anche sull'immagine dell'immigrato. Un'immagine che, nella cultura mediatica, conta sempre di più, e che può essere manipolata e diffusa in maniera esponenziale. Combattere contro questa immagine, contro lo stereotipo, non vuol dire opporvi altre immagini idealizzate, ma decostruire i meccanismi di semplificazione di queste storie per restituire alle persone la dignità che noi rivendichiamo: quella di non sentirci descritti esaustivamente da descrizioni quali "italiano", "bianco", ecc.
La storia di Antonio è qualcosa di più, un "giallo" da scoprire pagina per pagina, attraverso l'ascolto e la parola, qualcosa di individuale e prezioso. Per questo siamo scesi in piazza il primo di marzo, insieme ai migranti e a chi non si riconosceva nel razzismo culturale (e non solo) che è sempre più in voga in Italia. Una piazza in giallo, tante storie da scoprire.
Luca Piazzi
Staff IPSIA Nazionale
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